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trio

Il paradiso di mare e sesso parte 3


di Membro VIP di Annunci69.it Matertattoo
14.06.2026    |    435    |    0 9.3
"Io e Stefany ci stringemmo forte l'un l'altro sotto le lenzuola, esausti e incredibilmente appagati, ascoltando il rumore del vento che muoveva le palme fuori dalla finestra..."
Il sole calante di Los Roques iniziò a tingere l'orizzonte di sfumature arancioni e viola, calando come un sipario di fuoco su quel paradiso deserto. Restammo sdraiati sulla battigia per un tempo indefininito, con l'acqua tiepida della risacca che lavava via i resti di quella lussuria, lasciandoci addosso solo il sale e una spossatezza dolcissima. Andrea e Stefany si tenevano ancora per mano, i corpi vicini, mentre Jonas si alzò finalmente dalla sua sedia per raccogliere le sue cose, muovendosi con un rispetto silenzioso, quasi religioso, per l'intimità che avevamo consumato davanti ai suoi occhi.

Puntuale come un orologio, la lancia della posada "Mediterraneo" tagliò l'acqua turchese, puntando la prua dritta sulla nostra spiaggia. I barcaioli saltarono a terra con la stessa discrezione della mattina, smontando l'ombrellone e caricando le sdraio senza fare domande, abituati ai segreti che quell'atollo custodiva ogni giorno.

Ci infilammo i vestiti leggeri sopra la pelle ancora calda e salimmo a bordo. Durante il viaggio di ritorno verso Gran Roque nessuno parlò; il rumore del motore e il vento della sera accompagnavano i nostri pensieri. Io tenevo un braccio intorno ai fianchi di Stefany, che teneva la testa appoggiata alla mia spalla, sfinita. Di fronte a noi, Andrea non smise un secondo di fissarla attraverso le lenti scure, con un sorriso leggero che era la firma indelebile di tutto quello che avevamo condiviso.

Quando la lancia attraccò al molo, la luce del giorno stava lasciando spazio alla prima penombra della sera. Camminammo verso la posada in silenzio, assaporando la sabbia fresca sotto i piedi. Sapevamo tutti che quella sarebbe stata la nostra ultima notte sull'isola: la partenza era prevista per l'indomani, e l'atmosfera era sospesa tra la malinconia del ritorno e la voglia di chiudere in bellezza.

Arrivati in struttura, andai subito a cercare la proprietaria, la signora Paola. Dato che mi muovo bene ai fornelli e che amo profondamente cucinare, la approcciai con un'idea ben precisa in testa per la nostra ultima cena insieme ad Andrea e Jonas.

— Signora Paola, stasera vorrei cucinare io per tutti, se per lei non è un problema. Mi piacerebbe preparare un crudo e degli spaghetti. Mi ospita nella sua cucina?

Paola sorrise, colpita dall'iniziativa, e mi accompagnò subito nella zona dei frigoriferi per mostrarmi il pescato del giorno. La scelta era pazzesca, roba freschissima portata dai pescatori poche ore prima: c'erano splendidi esemplari di pargo rosso, dentice e mero — che sarebbe la cernia — oltre a delle aragoste vive che muovevano ancora le antenne.

— La cucina è tua — mi disse, lasciandomi spazio sul grande banco da lavoro in acciaio.

Mi misi subito all'opera con i coltelli della posada. Presi il pargo e il dentice, pulendoli con cura e sfilettandoli con tagli precisi, ricavandone delle fettine sottilissime, quasi trasparenti. Sistemai il carpaccio su un grande piatto da portata, condendolo con un filo di olio extravergine, un pizzico di sale marino e una leggera grattugiata di scorza di lime. Per il mero optai invece per una tartare al coltello, lasciando che il sapore pulito del pesce fosse il protagonista assoluto.

Il pezzo forte, però, fu l'aragosta. Ne presi una e la lavorai a crudo, estraendo la polpa turgida e bianca dalla coda con estrema delicatezza, tagliandola poi a cubetti regolari. La condii con qualche goccia di succo di lime e dei quadretti di mango verde, non maturo, che spezzavano perfettamente la dolcezza della polpa. Lasciai da parte le teste e i carapaci: mi sarebbero serviti subito dopo per preparare una bisque concentrata per gli spaghetti. Ormai sul crudo faccio delle preparazioni spettacolari, e vedere quei piatti colorati e profumati pronti sul pass della cucina era una soddisfazione enorme.

Verso le nove, ci accomodammo tutti e quattro attorno al tavolo del patio interno, illuminato solo dalle candele e profumato di gelsomino. Il cameriere portò in tavola i vassoi con il crudo che avevo preparato come antipasto, e gli occhi di Andrea e Jonas si spalancarono per la sorpresa.

— Questo l'hai fatto davvero tu? — chiese Andrea, visibilmente impressionata dalla presentazione.

La cena fu un trionfo dei sensi. Accompagnammo l'antipasto con del vino bianco ghiacciato che Paola aveva tirato fuori per l'occasione, mentre Jonas assaporava ogni boccone con la sua solita calma olimpica. Una volta finito il crudo, mi alzai e dissi:

— Ragazzi, adesso devo tornare di là a preparare gli spaghetti.

Rientrai nella cucina di Paola, che mi diede un pacco di spaghetti De Cecco. Li buttai nell'acqua bollente e, nel frattempo, completai la bisque con le teste dell'aragosta, facendola stringere fino a farla diventare un sugo denso, rosso e profumatissimo. Sgocciolai gli spaghetti molto al dente e li mantecai energicamente nella padella con la bisque, facendogli assorbire tutto il sapore del crostaceo. Solo all'ultimo secondo, prima che i camerieri portassero i piatti caldi a tavola, adagiai sopra ogni porzione di spaghetti fumanti la tartare di aragosta cruda che avevo tenuto da parte, condita semplicemente con olio extravergine e lime. Il contrasto tra il calore della pasta e la freschezza cruda del topping era pazzesco.

Quando i camerieri servirono i primi in tavola, l'atmosfera divenne ancora più densa e conviviale. Quella cena era il prolungamento perfetto di ciò che era iniziato sulla sabbia dell'atollo. Tra un brindisi e l'altro, prima che la serata finisse, guardai Andrea e Jonas e feci l'invito:

— Ragazzi, noi domani partiamo e torniamo a Isla Margarita. Se passate da quelle parti, siete ufficialmente invitati a casa nostra. Ci farebbe davvero piacere avervi ospiti.

Andrea mi guardò con un sorriso malizioso e complice, mentre Jonas annuì stringendomi la mano con calore, un gesto da uomo a uomo che valeva più di mille parole. Sotto il tavolo, i piedi delle due ragazze si cercarono per l'ultimo contatto prima di salutarsi nel patio. Verso mezzanotte ci dividemmo, rientrando nelle rispettive stanze per chiudere le valigie.

Tornati in camera, io e Stefany ci infilammo sotto la doccia fresca per lavare via i residui di sabbia e stanchezza. Eravamo appena usciti, con i teli da mare ancora allacciati ai fianchi e i corpi puliti, quando un bussare leggero, quasi timido, risuonò alla porta.

Ci guardammo sorpresi. Andai ad aprire e mi trovai davanti Andrea. Indossava solo una camicia da notte di seta nera, cortissima, che metteva in risalto le sue forme giunoniche e il profumo intenso che si portava dietro. Jonas non c'era; era rimasto in stanza, lasciando che fosse lei a concludere quel cerchio.

— Non potevo lasciarvi andare via così — sussurrò, entrando senza aspettare un invito e chiudendo la porta alle sue spalle con un clic deciso. — Ho bisogno di un ultimo ricordo prima che torniate a Margarita.

Stefany non se lo fece ripetere due volte. Fece cadere il telo a terra, rimanendo completamente nuda, e andò incontro ad Andrea sul grande letto matrimoniale. La bionda si sfilò la camicia da notte in un colpo solo e si tese sopra di lei. Fu un inizio immediato, affamato. Andrea affondò la testa tra le cosce di Stefany con una foga violenta, leccando la sua fica ancora umida di doccia, mentre Stefany si inarcava sul materasso gemendo a voce bassa per non farsi sentire dalle altre stanze.

Vedere quella scena, con la luce soffusa della camera che disegnava le curve delle due ragazze, mi fece perdere la testa. Il mio cazzo era già dritto, teso e pulsante. Mi lanciai sul letto dietro di loro. Andrea, senza smettere di baciare Stefany, si girò verso di me, afferrò il mio membro con la mano e lo guidò direttamente dentro la sua bocca calda, accogliendolo fino in fondo alla gola con movimenti ritmici e bagnati.

La sensazione era indescrivibile: Stefany che godeva sotto i colpi di lingua di Andrea, e quest'ultima che mi prendeva in bocca fissandomi dritta negli occhi con uno sguardo pieno di lussuria. Dopo qualche minuto di quel calore, spinsi Andrea sulla schiena al centro del letto. Allargai le sue grandi cosce bianche, puntai il cazzo bagnato dei suoi stessi umori e la penetrai con un affondo secco e profondo, entrando direttamente nel suo culo.

Andrea cacciò un respiro mozzafiato, aggrappandosi alle lenzuola mentre le sue pareti anali si stringevano come una morsa intorno al mio membro. Iniziai a pomparla da dietro con un ritmo selvaggio e battente. Stefany si mise subito davanti a lei, carponi, offrendo la sua bocca ad Andrea per un bacio profondo e pieno di bava, mentre le mie spinte facevano sussultare i loro corpi uniti. Il calore nella stanza era soffocante, un concentrato di sesso, pelle e sudore pulito.

Sentendo l'orgasmo ormai incontrollabile, accelerai il ritmo, affondando fino alla radice nel culo della bionda.

— Ci vediamo a Margarita... — sussurrò Andrea tra i gemiti, come un'invocazione.

Quelle parole furono la scossa finale. Mi sfilai all'ultimo secondo e sborrai una scarica potente e densa che investì in pieno il viso e i seni di Andrea, mentre Stefany si chinava subito per raccogliere con la lingua le ultime gocce rimaste sulla sua pelle.

Restammo distesi sul letto tutti e tre, i respiri affannati che pian piano tornavano regolari nel silenzio della notte caraibica. Andrea si pulì pigramente, ci diede un ultimo bacio a testa sulle labbra e si infilò la camicia da notte.

— Preparate la cucina a Margarita — disse sulla porta con un sorriso malizioso, prima di sparire nel corridoio.

Io e Stefany ci stringemmo forte l'un l'altro sotto le lenzuola, esausti e incredibilmente appagati, ascoltando il rumore del vento che muoveva le palme fuori dalla finestra. La sessione di esami in Italia e la vita di tutti i giorni stavano per ricominciare, ma sapevamo entrambi che i padroni assoluti di quel lembo di paradiso, anche solo per una notte, eravamo stati noi.
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